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NOIELASOCIETA NUOVO BLOG DI VERDUCCI FRANCESCO: società, poesie e racconti
La politica delle pensioni e la volontà di mascherare la realtà.
post pubblicato in lavoro e pensione, il 3 novembre 2011

L’attuale politica del governo in merito alle pensioni non è altro che un modo subdolo di mascherare la disoccupazione giovanile e la sua inadempienza (voluta!) nel trovare soluzioni valide che indirizzino realmente la società verso un nuovo sistema socio/politico/economico in grado di sostenere la sfida delle nuove tecnologie.

La crisi attuale, come già detto negli articoli precedenti, riguarda essenzialmente il rapporto deficit/Pil ovvero il rapporto tra le entrate fiscali - derivanti dalla produzione di beni e la vendita degli stessi - e le spese dello stato - di cui anche le pensioni ne fanno parte. Pertanto, il problema è duplice: come aumentare le entrate e come/dove indirizzarle.

Innanzi tutto, però, va definito il ruolo del prelievo fiscale (tasse), cioè, perché si pagano le tasse? Per mantenere gli apparati dello stato come esercito, polizia, magistratura, parlamento ecc. o per dare servizi ai cittadini e sostenerli in tempo di crisi?

Le domande potranno sembrare retoriche, ma solo in apparenza. Partendo dal presupposto che uno stato democratico è formato da istituzioni che hanno il compito sia legislativo e di controllo, sia di sostegno alle popolazioni e considerando anche che tutte, almeno teoricamente, sono utili, definirne il ruolo è determinante. Solo in questo modo si può definire come e dove devono essere indirizzate e a quale istituzione spetta la priorità.

Dunque, se la società democratica è il frutto della cooperazione tra individui che si danno delle regole per evitare soprusi, ne deriva che, ogni istituzione è importante. Ma l’importanza deriva, comunque, dall’utilità che i cittadini ne ricavano e, dato che, la prima “utilità di ogni cittadino, è vivere una vita dignitosa - ancor prima del benessere inteso come ricchezza individuale -, bisogna dedurre che la ricchezza collettiva debba essere distribuita, innanzi tutto, per salvaguardare tale esigenza. In pratica, il cittadino paga le tasse per assicurarsi quel benessere necessario a vivere dignitosamente. E la pensione fa parte di questo modo d’intendere il pagamento delle tasse. Ogni lavoratore, versando una quota specifica all’Inps, dovrebbe assicurarsi, nella vecchiaia, un reddito che gli permetta di vivere dignitosamente. Inoltre, dato che la società si basa sulla famiglia, ogni padre lascia volentieri il posto al figlio (in termini generali) affinché anch’esso possa assicurarsi lo stesso benessere.

Cosa significa tutto ciò? Che la ricchezza creata dal lavoro dovrebbe essere usata, in primo luogo, per dare sicurezza alla popolazione attraverso i servizi ma, innanzi tutto, attraverso il turnover, il ricambio, generazionale del lavoro; ad una certa età – che non possono essere i 67 anni -, il lavoratore deve lasciare il posto al giovane percependo, però, uno stipendio (pensione) dignitoso che gli consenta di permettersi i servizi necessari e i beni materiali disponibili.

Dunque, pagare le tasse significa avere servizi. Ma, affinché ciò avvenga, bisogna che i servizi siano al vertice delle priorità e non viceversa; significa che la ricchezza deve essere distribuita in termini di servizi e non in termini di moneta; che la moneta deve ritornare ad essere una semplice merce di scambio per il commercio; che la società liberista attuale è giunta al termine del suo percorso dato che non è riuscita a sostenere le esigenze dei cittadini.

L’attuale bisogno del sistema di intaccare le pensioni ne è una dimostrazione evidente che, però, serve allo stesso a mascherare il suo fallimento. Fallimento che si manifesta nel richiedere sacrifici alla popolazione proprio per la mancanza di una politica fiscale che reperisca soldi la dove si è accumulata la ricchezza, ovvero, nelle banche e le finanziarie. Fallimento che si manifesta nella costante diminuzione del welfare, ovvero, dei servizi essenziali come sanità, scuola, trasporti ecc. sempre più ridotti e costosi. Fallimento che si manifesta nell’incapacità volontaria di dare lavoro alle nuove generazioni sempre più esposte al lavoro precario che toglie loro, oltre alla possibilità della pensione, anche quella di organizzarsi un futuro.

Ma anche il fallimento che si manifesta nella sempre maggior richiesta di autonomia delle regioni più ricche, da parte di rappresentanti politici legati al capitale, che, spinte da esigenze sempre più egoistiche, si rifiutano di condividere la ricchezza accumulata con quelle più povere creando cosi i presupposti per una divisione nazionale.

Tutte queste mancanze determinate dalla politica liberista, si traducono, nella realtà con una minore capacità di acquisto dei cittadini; capacità che va ad incidere sulla produzione e, pertanto, sulla creazione di ricchezza.

È a questo che serve l’attuale politica; a mascherare il fallimento del liberismo, e la volontà di non ammetterlo, al fine di preservare gli interessi privati accumulati.

Alla prossima


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 3/11/2011 alle 11:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lavoro e pensione.
post pubblicato in lavoro e pensione, il 30 ottobre 2011

Parte prima La lettera di Berlusconi all’UE

Dunque, se le aziende licenziano in base ai loro bisogni ed essenzialmente per ridurre il personale in eccesso a causa della tecnologia, come si può pensare che assumano altre persone? Inoltre, se i licenziamenti riguardano il personale meno giovane con scarse, o nulle, possibilità di essere riassorbito, come si può pensare che si arrivi a maturare i requisiti per la pensione?

In passato, con la pensione di anzianità acquisita dopo 35 anni di contributi, le aziende ottenevano un risultato importante: il turnover .

 Il turnover permetteva all’azienda di ridurre il personale in base alle esigenze di ristrutturazione e, eventualmente, di assumere personale più qualificato in grado di utilizzare le nuove tecnologie, ovvero i giovani.

Questo, però, non provocava disoccupazione nella popolazione più anziana perché, l’età pensionabile con trentacinque anni di contributi veniva raggiunta facilmente, pertanto, le aziende, prima di licenziare, mettevano in pensione coloro che avevano raggiunto i trentacinque anni di contributi. Il lato negativo di questo è stato il suo uso indiscriminato attraverso quello che veniva chiamato prepensionamento, ovvero, la possibilità di mandare in pensione anche coloro che non avevano ancora raggiunto i requisiti di anzianità caricando lo stato di costi aggiuntivi.

Il sistema del turnover e dei 35 anni era un vantaggio sia delle aziende che dei lavoratori e permetteva l’assunzione dei giovani.

Oggi si vorrebbe spostare la pensione a 67 anni ed eliminare quella di anzianità. Allo stesso tempo si vorrebbe aumentare l’occupazione giovanile. Due azioni contrastanti che andranno a penalizzare i lavoratori più anziani perché, per far posto ai giovani, con la norma che il governo sta approntando, saranno gli unici ad essere licenziati senza, però, aver raggiunto l’età pensionabile.

Ed è qui la contraddizione. Contraddizione che, però, rispecchia l’ideologia del liberismo berlusconiano che vuole mettere al centro della società non più l’uomo ma l’economia.

Licenziare per assumere”. La frase non è altro che la sintesi di questa ideologia; si licenziano i più anziani a favore dei giovani senza dare certezza della pensione agli anziani. Ovvero, l’uso dell’uomo finché crea profitto.

Il problema che ci si pone oggi è falsato dal sistema che vuole basare tutto sull’utile. Questo crea la falsa questione di reperire le risorse necessarie per “mantenere i pensionati”. In una società civile che si rispetti, mettere, nelle spese fisse dello stato, coloro che per decenni hanno contribuito alla creazione della ricchezza, dovrebbe essere la priorità al pari della sanità e della scuola.

Si, è giusto aiutare i giovani ad inserirsi nel lavoro, ma questo non deve avvenire penalizzando i padri che verranno caricati sulle spalle del giovane in mancanza della pensione. E, comunque, il giovane subirà la stessa sorte del padre.

Pensione e lavoro sono due aspetti della stessa medaglia e non si possono trattare in modi diversi.  

Il lavoro serve, oltre a reperire le risorse (soldi) per vivere, anche per crearsi quella dignità che serve maggiormente quando si diventa anziani.

Arrivare alla pensione non è un obiettivo egoistico come vorrebbero farci credere – va considerato che i dipendenti versano una quota mensile all’IMPS per la pensione – ma un’esigenza, di quanti hanno lavorato, che serve loro a sopravvivere in quell’età dove non è più possibile essere attivi anche quando si ha la salute.  

Alla prossima puntata.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 30/10/2011 alle 15:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il piano di sviluppo del premier: pensioni e il patrimonio dei beni pubblici.
post pubblicato in lavoro e pensione, il 24 ottobre 2011

Fonte

Dopo l’irrisione di Sarkozy ed essere stato ripreso dalla Merkel ed aver ricevuto l’ultimatum da Van Rompuy, decide di intervenire sullo sviluppo economico. Come? Intervenendo sulle pensioni e il patrimonio pubblico “che si può immettere sul mercato”.

Insomma la solita menata di un governo che, per mantenere i privilegi dei ricchi, inclusi i politici, si rifà sempre sui meno abbienti.

Come possano essere un intervento valido ai fini della ripresa economica lo sa solo lui!  Dice riguardo alle pensioni: “avere a cuore i pensionati non collide con la difesa dei pensionati, perché non andiamo a toccare, a diminuire, le pensioni di nessuno. Ormai con lo sviluppo della vita media, che è intorno agli 80 anni, per i giovani mantenere delle persone che vanno in pensione a 58 anni e poi vanno avanti fino agli 80 e oltre è un carico francamente ingiusto; non tiene conto che con lo spostamento dell’età pensionabile, i giovani entreranno al lavoro sempre più tardi.

Questo significa che non si avrà nessun beneficio sull’occupazione giovanile. Inoltre, non è vero che non si diminuiranno le pensioni; con il nuovo sistema contributivo, le pensioni sono già diminuite per coloro che andranno in pensione in futuro. Se consideriamo anche il gettito fiscale derivante dal lavoro, non si capisce cosa cambi facendo lavorare l’anziano o il giovane; il gettito sarà più o meno uguale. L’unico vantaggio consiste nell’avere meno pensioni per qualche anno, ma poi ritornerà tutto come prima con lo svantaggio   di avere sempre meno lavoro giovanile. Lavoro che sarà, in prevalenza, precario e che comprometterà seriamente la possibilità di avere una pensione a 67 anni.

Ma forse è proprio questo che si vuole raggiungere; limitare le pensioni limitando il lavoro. Inoltre, già oggi, a causa delle continue riduzioni di personale nelle aziende – riduzione causata sia dalla tecnologia sia dalla continua migrazione delle aziende italiane verso l’estero – viene sempre meno la possibilità di raggiungere l’età pensionabile anche alle persone non più giovani. Essere licenziati a 50anni è come essere esclusi. Ma le aziende, trovandosi nella necessità di scegliere tra lavoro umano e tecnologico, ovviamente, scelgono quello tecnologico, e l’effetto diretto è la diminuzione di personale che, ovviamente, riguarda le persone anziane per due motivi: lo stipendio più alto dei giovani e il lavoro fisso. In questo modo risolvono il problema dei costi.

Per fare ciò, guarda caso, utilizzano gli armonizzatori sociale quale la mobilità e la CIG, praticamente a spese dello stato.

Insomma, ci troviamo di fronte a due attacchi: da una parte lo stato che, per racimolare soldi, prolunga l’età pensionabile, dall’altra le aziende che licenziano senza riassumere.

Non si può certo dire che in questo contesto si possa parlare di ripresa economica, anzi, in questo modo si andrà sempre più verso una disoccupazione sia giovanile che anziana.

E tutto perché lo stato e le aziende non vogliono ammettere due cose semplici: 1) che il vero problema è la mancanza di lavoro umano – sostituito dalla tecnologia – e, di conseguenza, la diminuzione delle entrate fiscali. 2) la necessità di modificare il sistema fiscale che, mancando il lavoro umano, non può più essere prevalentemente basato sulla persona fisica ma sul capitale.

Se il problema è il rapporto debito Pil, a nulla servirà il risparmio se non c’è un aumento del Pil che è la base per far fronte al debito. Ma anche l’aumento del Pil non servirà a nulla se diminuiranno le persone occupate (dipendenti e non) che pagano le tasse perché, l’aumento del Pil servirà solo alle aziende (produttive e non) per aumentare i loro profitti.

Concludendo, il premier, anche in questa occasione dimostra di non poter governare una situazione che riguarda la ristrutturazione dell’intera struttura sociale; dal lavoro alle aziende al terziario ai politici ma partendo dalla ristrutturazione del sistema fiscale inteso come recupero dei capitali per i servizi sociali e produttivi..


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 24/10/2011 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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