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NOIELASOCIETA NUOVO BLOG DI VERDUCCI FRANCESCO: società, poesie e racconti
Il rischio terrorismo del ministro Sacconi ovvero, come creare paura
post pubblicato in Maggioranza e terrorismo, il 31 ottobre 2011
Fonte

Secondo il ministro Sacconi, a causa della tensione creata attorno al nodo dei licenziamenti inserito nella lettera all’UE, sta aumentando il rischio terrorismo. Il ministro si riferisce alle critiche dell’opposizione, che attualmente rappresentano la maggioranza,.  e dei sindacati

Dice Sacconi: Oggi vedo una conseguenza, dalla violenza verbale a quella spontanea e organizzata che mi auguro non arrivi ancora anche all'omicidio come è già accaduto, l'ultima volta dieci anni fa con il povero Marco Biagi, nel contesto di una discussione simile a quella di oggi

Di quale violenza verbale si tratti non c’è modo di saperlo con precisione, ma dato che le sue affermazioni riguardano le critiche alla proposta di inserire nella giusta causa per i licenziamenti anche quella economica, si suppone che la violenza l’abbiano usata i critici; praticamente, il ministro ci sta dicendo che, per evitare il terrorismo, niente più critiche perché risulterebbero, agli occhi dei presunti terroristi, un incentivo per entrare in azione.

Il ministro, nelle sue affermazioni, non tiene conto della violenza verbale di molti politici della maggioranza: da Bossi a Berlusconi e altri che, con le loro affermazioni, hanno messo a dura prova la pazienza dei cittadini. Una vale per tutte, quella del primo ministro quando ha affermato che chi vota a sinistra è stupido.

Di solito, si cerca di scaricare la colpa delle inadempienze del proprio operato alle opposizioni, qualsiasi governo lo fa. In questo caso, però, più che scaricare la responsabilità di eventi accaduti, si cerca di provocare un senso di paura nella popolazione dando la colpa all’opposizione. E questo non accade a caso. Se si pensa alle tensioni sociali derivanti dall’aumento della disoccupazione: tensioni che non nascono a tavolino ma sono determinate dalla paura di non avere un futuro e di ritornare ai tempi, che molti si ricordano – agli altri, i giovani, probabilmente gli è stato raccontato dai genitori -, in cui il dipendente, salvo alcune categorie, era ridotto, per trovare lavoro, ad entrare in conflitto con altri nelle loro stesse condizioni, si può comprendere anche la malsana necessità della maggioranza di trovare sin da ora un capro espiatorio in previsione che si verifichino disordini sociali.

 Inoltre, che il terrorismo sia stato sconfitto in un determinato periodo storico è vero, che il terrorismo sia stato sconfitto in generale, cioè, eliminato nel modo di reagire di una parte della popolazione, non lo è. Questo per dire che, e al di la della maggioranza e dei problemi, la tendenza a risolvere i problemi in modo violento è sempre presente nella società. Presenza che non sempre si manifesta in azioni isolate contro il singolo ma anche attraverso azioni di piazza come succede con i Black Blok.

Per concludere, Sacconi non chiede di abbassare i toni della critica – che di per se ha toni propri – ma critica a sua volta chi si oppone alla politica del governo aumentando ancor di più i “toni”.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 31/10/2011 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Lavoro e pensione.
post pubblicato in lavoro e pensione, il 30 ottobre 2011

Parte prima La lettera di Berlusconi all’UE

Dunque, se le aziende licenziano in base ai loro bisogni ed essenzialmente per ridurre il personale in eccesso a causa della tecnologia, come si può pensare che assumano altre persone? Inoltre, se i licenziamenti riguardano il personale meno giovane con scarse, o nulle, possibilità di essere riassorbito, come si può pensare che si arrivi a maturare i requisiti per la pensione?

In passato, con la pensione di anzianità acquisita dopo 35 anni di contributi, le aziende ottenevano un risultato importante: il turnover .

 Il turnover permetteva all’azienda di ridurre il personale in base alle esigenze di ristrutturazione e, eventualmente, di assumere personale più qualificato in grado di utilizzare le nuove tecnologie, ovvero i giovani.

Questo, però, non provocava disoccupazione nella popolazione più anziana perché, l’età pensionabile con trentacinque anni di contributi veniva raggiunta facilmente, pertanto, le aziende, prima di licenziare, mettevano in pensione coloro che avevano raggiunto i trentacinque anni di contributi. Il lato negativo di questo è stato il suo uso indiscriminato attraverso quello che veniva chiamato prepensionamento, ovvero, la possibilità di mandare in pensione anche coloro che non avevano ancora raggiunto i requisiti di anzianità caricando lo stato di costi aggiuntivi.

Il sistema del turnover e dei 35 anni era un vantaggio sia delle aziende che dei lavoratori e permetteva l’assunzione dei giovani.

Oggi si vorrebbe spostare la pensione a 67 anni ed eliminare quella di anzianità. Allo stesso tempo si vorrebbe aumentare l’occupazione giovanile. Due azioni contrastanti che andranno a penalizzare i lavoratori più anziani perché, per far posto ai giovani, con la norma che il governo sta approntando, saranno gli unici ad essere licenziati senza, però, aver raggiunto l’età pensionabile.

Ed è qui la contraddizione. Contraddizione che, però, rispecchia l’ideologia del liberismo berlusconiano che vuole mettere al centro della società non più l’uomo ma l’economia.

Licenziare per assumere”. La frase non è altro che la sintesi di questa ideologia; si licenziano i più anziani a favore dei giovani senza dare certezza della pensione agli anziani. Ovvero, l’uso dell’uomo finché crea profitto.

Il problema che ci si pone oggi è falsato dal sistema che vuole basare tutto sull’utile. Questo crea la falsa questione di reperire le risorse necessarie per “mantenere i pensionati”. In una società civile che si rispetti, mettere, nelle spese fisse dello stato, coloro che per decenni hanno contribuito alla creazione della ricchezza, dovrebbe essere la priorità al pari della sanità e della scuola.

Si, è giusto aiutare i giovani ad inserirsi nel lavoro, ma questo non deve avvenire penalizzando i padri che verranno caricati sulle spalle del giovane in mancanza della pensione. E, comunque, il giovane subirà la stessa sorte del padre.

Pensione e lavoro sono due aspetti della stessa medaglia e non si possono trattare in modi diversi.  

Il lavoro serve, oltre a reperire le risorse (soldi) per vivere, anche per crearsi quella dignità che serve maggiormente quando si diventa anziani.

Arrivare alla pensione non è un obiettivo egoistico come vorrebbero farci credere – va considerato che i dipendenti versano una quota mensile all’IMPS per la pensione – ma un’esigenza, di quanti hanno lavorato, che serve loro a sopravvivere in quell’età dove non è più possibile essere attivi anche quando si ha la salute.  

Alla prossima puntata.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 30/10/2011 alle 15:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La lettera di Berlusconi all’UE
post pubblicato in lavoro e pensione, il 29 ottobre 2011

Fonte: Intervista a Maurizio Sacconi di la repubblica

Nella lettera di Berlusconi alla Ue si fa riferimento al mercato del lavoro proponendo maggior efficienza:

b) Efficientamento del mercato del lavoro.

E' prevista l'approvazione di misure addizionali concernenti il mercato del lavoro.

1. In particolare, il Governo si impegna ad approvare entro il 2011 interventi rivolti a favorire l'occupazione giovanile e femminile attraverso la promozione: a. di contratti di apprendistato contrastando le forme improprie di lavoro dei giovani; b. di rapporti di lavoro a tempo parziale  e di contratti di inserimento delle donne nel mercato del lavoro; c.
del credito di imposta in favore delle imprese che assumono nelle aree più svantaggiate.
2. Entro maggio 2012 l'esecutivo approverà una riforma della legislazione del lavoro a. funzionale alla maggiore propensione ad assumere e alle esigenze di efficienza dell'impresa anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato; b. più stringenti condizioni nell'uso dei "contratti para-subordinati" dato che tali contratti sono spesso utilizzati per lavoratori formalmente qualificati come indipendenti ma sostanzialmente impiegati in una posizione di lavoro subordinato.

Come si legge al punto 2, Berlusconi si impegna ad agevolare l’assunzione dei giovani e delle donne, solo che per raggiungere l’obiettivo, aggiunge il “motivo economico” che, di fatto, va a modificare ulteriormente l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori già penalizzato dalla manovra aggiuntiva di agosto (l’articolo 8 della manovra che consente alle imprese di derogare alle norme (dell’articolo 18) in caso di accordi aziendali.  

Ma cosa significa “motivo economico”?

L’azienda in crisi può licenziare, senza possibilità di reintegro, sia il singolo sia più persone col solo impegno di dare al lavoratore  una indennità. Questo implica che, di fronte a crisi economiche, sia di singole aziende che generali, l’azienda, per far fronte alle sue necessità, andrà a diminuire il personale senza l’impegno di riassumere a crisi finita gli operai licenziati. Inoltre, nessuno può garantire l’assunzione dei giovani e delle donne visto che il motivo è economico, ovvero, determinato dalla crisi. Inoltre, anche la ristrutturazione dell’azienda o il suo ricollocamento in altro sito può rientrare nel “motivo economico”

Quali sono gli effetti?

Di fatto, si da la possibilità all’azienda di licenziare in tutti quei casi dove, l’azienda, nella necessità di modificare il suo assetto produttivo, si ritrova con personale in eccesso.

Se valutiamo storicamente il provvedimento, troviamo che le aziende hanno sempre agito in questo modo. Il motivo primo è sempre stato il miglioramento della tecnologia applicata alla produzione. La ristrutturazione, come veniva chiamata in passato, ha sempre implicato la diminuzione di personale; in passato, però, gli ammortizzatori sociali, in primo luogo la cassa integrazione guadagni (CIG) che subentrava prima del licenziamento e che non implicava necessariamente il licenziamento, sopperivano ai periodi più o meno lunghi di disoccupazione. Mentre oggi, con la riduzione dello stato sociale e, di conseguenza, anche della CIG, prima si licenzia poi si vedrà … ma cosa? Come sarà reintegrato l’operaio licenziato?

Sempre storicamente, le aziende sono portate, naturalmente, a licenziare gli operai più anziani perché più onerosi dato i diritti acquisiti nel corso degli anni (stipendio più alto, più ferie, più malattia, ma anche meno rendimento). Ma anche meno preparati professionalmente sempre a causa dei continui miglioramenti tecnologici.

Pertanto, un operaio di cinquant’anni sarà impossibilitato a trovare lavoro anche se ha conseguito attraverso i previsti(?) corsi di formazione una qualifica più alta; e questo succede già oggi.

Ma, come dicevo sopra, questo non implica che vengano assunti più giovani e più donne. Il motivo è semplice: la tecnologia.  

Ma, tornando agli anziani, la domanda da porsi è semplice: come faranno ad accumulare i requisiti per la pensione se questa viene spostata a 67 anni e loro vengono estromessi a cinquanta?

Di fatto, questi provvedimenti hanno un effetto, sul lungo termine, devastante per i lavoratori, in modo particolare i dipendenti, perché non arriveranno mai alla pensione. E non servirà, o servirà a poco, la formula della pensione integrativa perché, anche con i vantaggi di versamento dei contributi che presenta (una minima parte al lavoratore il resto all’azienda), rimane legata, comunque, al posto di lavoro e, se questo viene a mancare, il capitale accumulato sarà minimo.

Dunque, il problema lavoro è strettamente legato al problema pensioni. Come ho scritto altre volte, il problema è il lavoro in se; la tecnologia sta sempre più sostituendo l’uomo. Questo comporta una sempre maggior flessione in negativo dell’occupazione. L’unico sistema per affrontare il problema è un maggior welfare.

Ma come aumentare le risorse per sostenerlo?

Alla prossima puntata.

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