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La lettera di Berlusconi all’UE
post pubblicato in lavoro e pensione, il 29 ottobre 2011

Fonte: Intervista a Maurizio Sacconi di la repubblica

Nella lettera di Berlusconi alla Ue si fa riferimento al mercato del lavoro proponendo maggior efficienza:

b) Efficientamento del mercato del lavoro.

E' prevista l'approvazione di misure addizionali concernenti il mercato del lavoro.

1. In particolare, il Governo si impegna ad approvare entro il 2011 interventi rivolti a favorire l'occupazione giovanile e femminile attraverso la promozione: a. di contratti di apprendistato contrastando le forme improprie di lavoro dei giovani; b. di rapporti di lavoro a tempo parziale  e di contratti di inserimento delle donne nel mercato del lavoro; c.
del credito di imposta in favore delle imprese che assumono nelle aree più svantaggiate.
2. Entro maggio 2012 l'esecutivo approverà una riforma della legislazione del lavoro a. funzionale alla maggiore propensione ad assumere e alle esigenze di efficienza dell'impresa anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato; b. più stringenti condizioni nell'uso dei "contratti para-subordinati" dato che tali contratti sono spesso utilizzati per lavoratori formalmente qualificati come indipendenti ma sostanzialmente impiegati in una posizione di lavoro subordinato.

Come si legge al punto 2, Berlusconi si impegna ad agevolare l’assunzione dei giovani e delle donne, solo che per raggiungere l’obiettivo, aggiunge il “motivo economico” che, di fatto, va a modificare ulteriormente l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori già penalizzato dalla manovra aggiuntiva di agosto (l’articolo 8 della manovra che consente alle imprese di derogare alle norme (dell’articolo 18) in caso di accordi aziendali.  

Ma cosa significa “motivo economico”?

L’azienda in crisi può licenziare, senza possibilità di reintegro, sia il singolo sia più persone col solo impegno di dare al lavoratore  una indennità. Questo implica che, di fronte a crisi economiche, sia di singole aziende che generali, l’azienda, per far fronte alle sue necessità, andrà a diminuire il personale senza l’impegno di riassumere a crisi finita gli operai licenziati. Inoltre, nessuno può garantire l’assunzione dei giovani e delle donne visto che il motivo è economico, ovvero, determinato dalla crisi. Inoltre, anche la ristrutturazione dell’azienda o il suo ricollocamento in altro sito può rientrare nel “motivo economico”

Quali sono gli effetti?

Di fatto, si da la possibilità all’azienda di licenziare in tutti quei casi dove, l’azienda, nella necessità di modificare il suo assetto produttivo, si ritrova con personale in eccesso.

Se valutiamo storicamente il provvedimento, troviamo che le aziende hanno sempre agito in questo modo. Il motivo primo è sempre stato il miglioramento della tecnologia applicata alla produzione. La ristrutturazione, come veniva chiamata in passato, ha sempre implicato la diminuzione di personale; in passato, però, gli ammortizzatori sociali, in primo luogo la cassa integrazione guadagni (CIG) che subentrava prima del licenziamento e che non implicava necessariamente il licenziamento, sopperivano ai periodi più o meno lunghi di disoccupazione. Mentre oggi, con la riduzione dello stato sociale e, di conseguenza, anche della CIG, prima si licenzia poi si vedrà … ma cosa? Come sarà reintegrato l’operaio licenziato?

Sempre storicamente, le aziende sono portate, naturalmente, a licenziare gli operai più anziani perché più onerosi dato i diritti acquisiti nel corso degli anni (stipendio più alto, più ferie, più malattia, ma anche meno rendimento). Ma anche meno preparati professionalmente sempre a causa dei continui miglioramenti tecnologici.

Pertanto, un operaio di cinquant’anni sarà impossibilitato a trovare lavoro anche se ha conseguito attraverso i previsti(?) corsi di formazione una qualifica più alta; e questo succede già oggi.

Ma, come dicevo sopra, questo non implica che vengano assunti più giovani e più donne. Il motivo è semplice: la tecnologia.  

Ma, tornando agli anziani, la domanda da porsi è semplice: come faranno ad accumulare i requisiti per la pensione se questa viene spostata a 67 anni e loro vengono estromessi a cinquanta?

Di fatto, questi provvedimenti hanno un effetto, sul lungo termine, devastante per i lavoratori, in modo particolare i dipendenti, perché non arriveranno mai alla pensione. E non servirà, o servirà a poco, la formula della pensione integrativa perché, anche con i vantaggi di versamento dei contributi che presenta (una minima parte al lavoratore il resto all’azienda), rimane legata, comunque, al posto di lavoro e, se questo viene a mancare, il capitale accumulato sarà minimo.

Dunque, il problema lavoro è strettamente legato al problema pensioni. Come ho scritto altre volte, il problema è il lavoro in se; la tecnologia sta sempre più sostituendo l’uomo. Questo comporta una sempre maggior flessione in negativo dell’occupazione. L’unico sistema per affrontare il problema è un maggior welfare.

Ma come aumentare le risorse per sostenerlo?

Alla prossima puntata.

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