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NOIELASOCIETA NUOVO BLOG DI VERDUCCI FRANCESCO: società, poesie e racconti
Non c’è rivoluzione o insurrezione senza un obiettivo finale.
post pubblicato in società, il 22 ottobre 2011

I black blok e l’insurrezione armata.

Fonte

Teorizzare l’insurrezione senza una visione di quello che sarà dopo, cioè, di come sarà costruita, nelle sue strutture di base, la nuova società, è un esercizio teorico/pratico che, oltre a non portare nulla di nuovo e positivo, prelude alla dittatura.

Ascoltando l’intervista, fatta da Il Fatto Quotidiano, a esponenti del black blok, risulta chiara la mancanza di un fine alla loro protesta; un fine che dovrebbe giustificare – anche se la violenza non è mai giustificabile – le loro azioni perché non basta avere un obiettivo da combattere – quello è l’obiettivo individuato dagli indignati. Avere un obiettivo senza avere anche il fine con cui sostituirlo significa agire per il gusto dell’azione.

Se l’obiettivo è l’attuale società capitalista/liberista, distruggerla non serve a nulla se non la si sostituisce con altro tipo di società che, però, non può nascere dal caso. In ogni rivoluzione che si è affermata, il fine da raggiungere era già presente nella vecchia società: la rivoluzione borghese è servita a dare più potere alle idee della borghesia già operante, la rivoluzione proletaria doveva servire a dare più potere ai lavoratori. Tutte due presupponevano la creazione di una nuova società teorizzata in anticipo. Pertanto, affinché la rivoluzione o insurrezione abbia successo, oltre all’apporto della maggioranza della popolazione – altrimenti si verificherebbe la dittatura dei rivoluzionari come successo in Russia – serve un fine, cioè, un insieme di regole sociali che determineranno la società futura.

Nell’intervista ai black blok, però, tutto ciò manca. Non c’è niente che indichi l’obiettivo finale, il fine della loro rivoluzione. L’unico dato certo è l’emotività, nata dalla rabbia, su cui si basa il loro programma politico/rivoluzionario. Emotività che, pur essendo comune a quanti si trovano a pagare i conti della crisi, si discosta proprio nel programma politico/rivoluzionario: gli uni vorrebbero “distruggere” gli altri vogliono mantenere ciò che hanno avuto finora. Distruggendo non si porrà fine solo al capitalismo ma anche ai diritti acquisiti; ed è qui che i black blok si scontrano con la maggioranza del movimento. Maggioranza che chiede una politica diversa, una politica che non li escluda facendo pagare loro il prezzo della crisi. Maggioranza che, pur criticando il sistema attuale e volendolo cambiare, non vuole rinunciare alla democrazia perché consapevoli che non è da essa che derivano le crisi del sistema.

Sono ben coscienti che è proprio per mezzo della democrazia che si sono ottenuti, in passato, i diritti e il benessere che hanno caratterizzato gli ultimi decenni; incluso l’welfare. Questo indica che la teoria che addebita il costo sociale all’welfare, propagandata dal governo, non è accettata, anzi, il movimento addebita la crescita del debito proprio al sistema economico/finanziario e alle tante incongruenze nel sistema di gestione politica dei prestiti e nella gestione della cosa pubblica.

Inoltre, è recente la decisione del comitato dei No Tav di sganciarsi dai black blok in occasione della manifestazione di domenica 23-10 mentre i black aveva affermato nell’intervista di essere in sintonia con la popolazione.

Alla luce di quanto esposto nell’intervista, risulta chiaro l’intento di agire anche contro chi vuole manifestare pacificamente definiti “cittadini belanti illusi di poter avere un buon governo” - ma se non si può avere un buon governo, come potranno costruire una società equa?

Concludendo, sembra che gli illusi siano proprio i black perché, comunque, dopo ogni “distruzione” segue necessariamente la ricostruzione di un nuovo sistema. La buona riuscita della rivoluzione dipenderà da quale tipo di società si costruirà da cui dipende il tipo di governo. Lasciando le cose al caso come vorrebbero i black, il rischio che la società e i governi siano delle dittature è molto alto.

Inoltre, la violenza di Roma sta spingendo il governo su posizioni illiberali in merito al diritto di manifestare e a proteggere con leggi apposite le forze dell’ordine impegnate nelle manifestazioni; questo implicherebbe dare mano libera alle stesse.

Perciò, la violenza, oltre ad assomigliare al terrorismo, potrebbe portare a una svolta in senso autoritario della società.

MA FORSE È QUELLO CHE VOGLIONO!

SEMPRE CHE NON CI SIA UNA REGIA SUPERIORE CON L’INTENTO, APPUNTO, DI CREARE DISORDINI PER CREARE UNA REAZIONE CONTRARIA DA PARTE DEI GOVERNI.

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